Le nuove tecnologie digitali sono un potente strumento di innovazione. Gli ambiti nei quali possono essere applicate sono moltissimi in ragione della loro flessibilità e pervasività, Riguardano l’insegnamento e l’apprendimento, la ricerca, l’acquisizione, la rielaborazione e disseminazione dei contenuti, i servizi amministrativi e gestionali, i rapporti con le istituzioni e con le famiglie. Si tratta di una dotazione di cui una scuola moderna non può fare a meno perché ottimizza i processi e i risultati, riduce fortemente i costi, inserisce la singola scuola nel circuito più vasto dell’intero apparato del sistema scolastico, dilata il suo orizzonte su quello del mondo, rimodella il ruolo e il profilo professionale del docente, stimola lo studente ad acquisire una maggiore autonomia ed iniziativa di autoformazione.
Non sono certo la “panacea” dei problemi di una scuola, ma hanno un enorme potenziale positivo che può essere colto, tuttavia, a condizione che venga predisposto e formato adeguatamente il personale che le deve utilizzare. La sola loro presenza “esibita” non è sufficiente a definire e qualificare una scuola come “scuola digitale”. Sta nella professionalità di questo personale saper valorizzare al massimo le loro potenzialità positive evitando anche superficiali e pericolose letture che li trasformino per un verso da “strumenti” a “fini”, per l’altro ad inerti “mezzi”, semplicemente più moderni, a sostegno del proprio lavoro tradizionale.
I cosiddetti “nativi digitali” si trovano a dover vivere all’interno di una rivoluzione che non é solo tecnologica, ma culturale. La irruenza e pervasività di queste nuove tecnologie modifica gli ambienti, i metodi, i processi di acquisizione delle conoscenze; crea nuovi linguaggi, nuovi codici, nuove sintassi grammaticali di comunicazione e nuovi approcci alla realtà; contrae la distanza e la diversità tra le persone, le culture; accelera le modalità d’ideazione, creazione, diffusione, fruizione, archiviazione delle informazioni; velocizza i ritmi di cambiamento delle mentalità, dei gusti, dei valori e degli stili di vita; amplifica l’orizzonte dell’esperienza individuale; dematerializza i supporti della conoscenza; creano a distanza relazioni virtuali interpersonali; contrae l’esperienza diretta della realtà “oggettiva” a vantaggio di quella “virtuale”, mediata, “irreale”; marginalizza la funzione, il ruolo, la significatività della famiglia, dei valori familiari e delle tradizioni locali; ibrida le culture, i linguaggi, i modelli valoriali di riferimento; affievolisce le radici culturali e identitarie; accresce la difficoltà di comunicazione tra le generazioni (un vero paradosso rispetto alla natura di questi nuovi strumenti per se stessi comunicativi); crea nuove povertà (digital divide) tra chi ha o non ha competenze nel loro uso ed utilizzo.
Sono alcuni degli aspetti di questa rivoluzione culturale. La domanda é: come si pone la scuola di fronte a questi temi? Può immaginare che l’approccio a queste nuove tecnologie digitali possa essere ricondotto soltanto a piccole conoscenze ed applicazioni operative di natura didattica ed organizzativa? Non é invece l’intero suo progetto educativo che deve essere “tarato” su questi nuovi interrogativi e bisogni dei suoi studenti, come pure la formazione dei suoi dirigenti e docenti?
Una scuola che voglia svolgere bene il suo lavoro non può fare assolutamente a meno dell’innovazione, della ricerca, della sperimentazione. Cambia la società, deve cambiare la scuola che è l’istituzione per eccellenza preposta a predisporre i giovani a sapersi inserire in essa e un domani a dirigerla, governarla. Queste tre modalità operative devono costituire una pratica continua, abituale, “normale” del singolo docente e dell’intero collegio dei docenti, appunto perché senza soste è il cambiamento della società. Sono la misura della vitalità di una scuola, della sua “imprenditività laboratoriale”. Per una scuola con insegnanti demotivati o incapaci di fare innovazione, ricerca, sperimentazione diventa ineluttabile che rimanga nelle retrovie della modernità e sia costretta a cedere il passo ad altre che la sopravanzano. Anche tra le scuole, benché biasimata da tutti, la concorrenza, o più mederatamente il confronto emulativo, è una dinamica inevitabile perché é la proposta educativa di qualità la forza attrattiva dei genitori, ovviamente attenti e premurosi a scegliere il meglio per i loro figli.
L’innovazione, la ricerca, la sperimentazione, praticata dagli insegnanti, oltre a produrre standard di qualità nei servizi resi dalla scuola ha, per riflesso, per imitazione, una formidabile ricaduta nei comportamenti ed atteggiamenti culturali degli studenti stessi che cercano di replicare il metodo visto ed osservato nei loro educatori. Un abitus mentale che, se acquisito, si rileverà non di poco conto nella loro vita di adulti allorché saranno sottoposti dalle circostanze di un mondo del lavoro fortemente mutevole e competitivo a dimostrare di avere capacità di immaginazione, creatività, iniziativa e di saper lavorare insieme ad altri. Se nel confronto con altri sistemi scolastici europei la scuola italiana ne esce perlopiù male una delle principali cause è la sua scarsa capacità e volontà di innovazione, la sua attitudine a replicare pigramente il passato, la sua paura ad uscire verso nuove esperienze e pratiche educative.
La guerra civile, le comunicazioni limitate, il caos. Intervista a Guido Calvi, responsabile dei programmi Avsi, che racconta quanto sia complesso intervenire nel paese devastato dal terremoto. «Ma quello che avevamo costruito non è andato perso» Da quasi un decennio Guido Calvi fa la spola fra Myanmar (l’antica Birmania) e l’Italia, responsabile dei programmi sponsorizzati…
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