Mi scrive un ragazzo: «Frequento il terzo anno di università e ho finito la sessione di esami all’apice di una crisi che si protrae da mesi. Prima, durante e dopo l’esame mi sono sentito de-umanizzato, proprio come lei scrive in “Scissione” e “Diventare chi?”. Durante lo studio ero indifferente a ciò che imparavo, mentre ero interrogato non avevo alcuna voglia di mostrare ciò che avevo studiato, e dopo l’esame è emersa un’apatia totale. Non ero felice, triste, arrabbiato o nervoso: non ero nulla. Mi sono sentito un computer che ha raggiunto un risultato, schiavo di un sistema che ci dice di fare le cose entro un certo tempo e noi le facciamo, senza troppe domande e pensando: “Dai, che poi è finita”. Ma il problema non è il sistema o la facoltà, ma che, a 21 anni, mi sento inutile per me e gli altri. Più frequento corsi e supero esami, più mi sento fallito e in balia di eventi che mi trascinano. C’è però una nota positiva: è la prima volta che il mio stare male non si rivolge verso qualcuno o qualcosa, ma verso me e ciò che faccio. È la prima volta che mi chiedo cosa voglio davvero fare. Mi auguro di trovarlo».
Sono diversi i ragazzi che precipitano in questa apatia. Come uscirne?
La risposta è già nelle parole del ragazzo: sa che per la prima volta il suo dolore non si proietta fuori ma diventa convers(az)ione interiore, origine dei cambiamenti reali e duraturi nella nostra vita. Diventare apatici, cioè “senza pathos”, senza passione, parola che in italiano indica sia l’amare sia il patire, significa aver perso ciò per cui vale la pena vivere: l’anima non cresce. Apatico è chi alla domanda per chi o cosa saresti disposto a morire risponde: nulla. Con “morire per” non intendo nulla di retorico, ma il “dare la vita per” che, essendo la vita “tempo incarnato”, significa “dare tempo a”. Non sapere o non potere dare la vita è l’origine dall’apatia di tanti ragazzi (altri reagiscono con la rabbia, polo opposto dell’apatia): il vedersi vivere anziché sentirsi vivi. I pensieri suicidi, tipici della psicologia adolescenziale, scaturiscono proprio dal sentire che la propria vita è superflua, il contrario di ciò che affermava Nietzsche: “Chi trova un perché può affrontare qualsiasi come”.
Ma proprio questo sentimento (auto)distruttivo si impone come sentimento di sé (finalmente si sperimenta la propria precarietà dopo l’ebbrezza inconsapevole dell’onnipotenza infantile), e diventa, in ragazzi non abbandonati a se stessi, passione (amore e pena) per la vita: se esisto una e una sola volta allora vale la pena diventare ciò che sono, farsi un’anima, un sentimento di sé autentico e gioioso. Ecco il viaggio che da dentro poi porta verso il mondo, un partorirsi che rende capaci di partorire, così come in adolescenza si diventa capaci di generare: per chi o cosa vale la pena che io sia qui? Chi ha bisogno di me? In fin dei conti: chi e cosa io amo? La domanda del ragazzo: “che cosa voglio davvero fare” significa “che cosa voglio davvero fare di me”. L’ambiente culturale in cui siamo immersi, in cui le immagini della povertà del mondo vanno in onda nello stesso minuto in cui vengo invitato a comprare ciò che non mi serve, ci ripete ossessivamente che cosa ci manca: e come può dare la vita chi si convince di non avere niente da dare, ma solo da prendere? Per uscire da questo inganno consumistico occorre un esercizio quotidiano di sguardo: come posso dare oggi la vita, anche solo per qualcosa di piccolissimo?
Quando Cristo dice che gli ultimi saranno i primi non propone, come sostiene Nietzsche, la morale degli schiavi, la rinuncia alla vita qui e ora in attesa di quella dopo, ma descrive proprio la paradossale struttura della vita qui e ora: solo chi si mette al servizio del bisogno di chi gli sta accanto (fosse anche annaffiare una pianta) libera il super potere bloccato dall’ego, creare nuova vita. Chi dà la vita la trova, chi la tiene per sé la perde. Paradosso che per Dostoevskij, nei taccuini dei Demoni, diventa consapevolezza che la via dei cambiamenti sociali è “essere tutti Cristi”: “Se immaginassimo di essere tutti Cristi potrebbe forse esserci la povertà? Nel cristianesimo perfino la mancanza di cibo e di combustibili porterebbero alla salvezza (uno può non lasciar morire un bambino e morire lui stesso per il suo fratello)…
Immaginate che tutti siano Cristi, sarebbero mai possibili tutti gli scombussolamenti odierni, i disagi, la povertà? Chi non capisce questo non capisce niente del cristianesimo e non è cristiano”. Pier Paolo Pasolini definiva dostoevskiano il suo romanzo Ragazzi di vita (lo completava proprio 70 anni fa), che infatti inizia quasi con la stessa frase di Delitto e Castigo, anche lui era ossessionato dalla ricerca di ciò che salva l’uomo dalla violenza sull’altro uomo e sulle cose. E lo fa raccontando la vita amorale dei ragazzi delle borgate romane nel dopo guerra, che riassumeva con un episodio che gli era capitato: «Un ragazzo a cui osservavo che non era educato sputare per terra in una pizzeria, alzando le spalle, con la sua faccia bionda di bebè Caino, mi fece: “Io fo’ la vita mia: dell’altri nun me frega niente”» (Il gergo a Roma).
Ma proprio nella scena chiave del primo capitolo del romanzo alcuni di questi ragazzi, privi di qualsiasi senso dell’altro, in barca sul Tevere, vedono una rondine che, per bere, sfiorando la superficie, finisce in acqua e non riesce più a spiccare il volo. Uno di loro, il Riccetto, pur rischiando la vita per la corrente, si butta in acqua per salvarla. Quando i compagni lo raggiungono: «Il Riccetto li aspettava seduto sull’erba sporca della riva, con la rondine tra le mani. “E che l’hai sarvata a ffa – gli disse Marcello – era così bello vederla che se moriva”. Il Riccetto non gli rispose subito, “È tutta fraccica – disse dopo un po’ – aspettamo che s’asciughi”. Ci volle poco perché s’asciugasse: dopo cinque minuti rivolava tra le compagne sopra il Tevere, e il Riccetto ormai non la distingueva più dalle altre». In queste due reazioni al bisogno altrui c’è l’arco intero delle rivoluzioni mancate o possibili: chi preferisce guardare l’altro morire e chi si impegna a farlo vivere. Marcello trova “bello” il “veder morire” la rondine (“odia il prossimo tuo come te stesso”), invece il Riccetto trova in sé un po’ di amore per il mondo (“ama il prossimo tuo come te stesso”), un amore che alla fine del romanzo perderà, non soccorrendo un amico che sta annegando.
Lo scrittore lottava nei suoi scritti contro lo sguardo consumistico ed egoistico sul mondo, per recuperarne uno creaturale e sacro: l’io e la realtà non sono prodotti di consumo, ma l’indisponibile e irripetibile miracolo della vita. Per Pasolini, che fu professore, il fine della scuola, e dell’educazione in generale, era infatti aiutare un ragazzo a raggiungere la “passione autosufficiente”, cosa che accade quando “le cose eterne non sono quelle imparate a memoria, ma quelle che più somigliano alle vocazioni che sono in lui (per esempio, quelle che gli si presentano mentre gioca): la passione a creare, la curiosità, l’impulso a impadronirsi)” (Scuola senza feticci). Questa passione autosufficiente, cioè che si alimenta di continuo nell’incontro più o meno prevedibile e fecondo con il mondo, è il frutto delle proprie vocazioni (chiamate a salvare anziché guardar morire, a generare anziché de-generare), è ciò che auguro al ragazzo della lettera, perché ogni cosa salvata è rivoluzione: “Solo l’amare, solo il conoscere/ conta, non l’aver amato,/ non l’aver conosciuto. Dà angoscia/ il vivere di un consumato/ amore. L’anima non cresce più”, come scrive Pasolini nel Pianto della scavatrice. L’anima, cioè il sentimento gioioso di sé, cresce solo al presente, conoscendo e amando, cioè dando la vita.
Fonte: Alessandro D’Avenia | Corriere.it