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La speranza non si insegna, si vive. Il Giubileo, sfida a noi adulti

Ai giovani servono guide capaci di trasmettere la certezza del bene per cui si è messi al mondo. L’educazione? Parte dalla misericordia. Al via a Roma la mostra “Dante pellegrino di speranza”

Il Giubileo della Speranza è una grande occasione, una sfida che dobbiamo essere capaci e disposti a raccogliere incominciando a porci alcune domande fondamentali per il tempo che stiamo vivendo, soprattutto noi adulti. Ad esempio: “Io di che speranza vivo?”. Quando è giunta la notizia che papa Francesco aveva indetto un Giubileo dedicato alla speranza la prima reazione è stata di grande conforto. Personalmente ho anche provato un po’ di orgoglio, oltre che sentire una forte sintonia: il progetto della mostra su Dante che abbiamo avviato tre anni fa aveva come titolo “Dante profeta di speranza”, ed è stato scelto proprio dai tanti giovani che ci hanno lavorato.

Ma che cosa è veramente la speranza? Che cosa intendiamo con questo termine? Qual è la speranza non delude? Bisogna essere molto chiari: la speranza autentica è la certezza della bontà del destino che ci attende. Non c’è altra speranza, altrimenti staremmo parlando di ottimismo, di temperamenti più o meno allegri o superficiali. La speranza invece è tutta un’altra cosa: è la certezza del bene per cui siamo stati messi al mondo. Per dirla con Dante: la speranza è certezza di cose future. Ma questa fiducia puoi averla se qualcosa di quel futuro riesci a scorgerlo già adesso, nel presente. Sulla tomba di don Giussani c’è una frase che lui ripeteva spesso: “Oh Madonna, tu sei la sicurezza della nostra speranza”. Cosa significa? Che la Madonna, Maria, la madre di Gesù, ha già vissuto quello che noi siamo chiamati a vivere: il suo è uno “spero nel futuro” che deriva dall’aver incontrato qualcuno in cui quel futuro si è già avverato. In tal senso la speranza poggia sul presente, cioè non è un vago “vediamo come va a finire”.

L’opportunità del Giubileo è dunque un invito a lavorare, tutti, per ritrovare insieme il senso della speranza, l’unica cosa di cui i giovani di oggi hanno veramente bisogno. Da cosa partire? Provo a spiegarlo con un esempio, un piccolo aneddoto personale, che risale a molti anni fa. Ero a casa, stavo lavorando, e a un certo punto mi sono accorto che il primo dei quattro figli, avrà avuto cinque anni, mi stava osservando, in silenzio, con uno sguardo sereno ma determinato. Non capivo cosa volesse, di cosa potesse aver bisogno, e così ho incominciato a guardarlo negli occhi anche io, restando in silenzio. A un certo punto ha sorriso in un modo bellissimo e luminosissimo, e mi ha folgorato. L’intuizione è stata pensare che mio figlio mi stesse chiedendo: “Papà, assicurarmi che valeva la pena venire al mondo”. La domanda che ho colto quel giorno nello sguardo di un figlio è stata capace di trasformarmi in un educatore e forse anche in un padre per davvero, e in seguito ha caratterizzato ogni cosa. Come insegnante, da quel giorno, ogni volta che mi sono trovato davanti a una classe non ho più potuto fare a meno di sentirmi addosso quella stessa domanda come fosse rivolta da ciascuno di quei ragazzi: “Dammi speranza sufficiente per la vita e per il futuro”.

Siamo capaci di offrire risposte convincenti? Ecco, questo è forse ciò che manca oggi ai giovani. Non a loro, ma a un’intera generazione di adulti, perché o questi non hanno proposte sufficientemente alte da avanzare, o sembrano non avere speranza sufficiente da trasmettere ai figli. L’emergenza educativa è esattamente questo. Il Giubileo è una sfida alla necessità di ritrovare la speranza, l’unica cosa di cui i giovani hanno bisogno. Il problema è che questo bisogno viene intercettato da chi la speranza la vive, e la può comunicare. Non si deve essere pessimisti: questa generazione di ragazzi, di cui spesso si parla male, se sfidata in modo determinato, ma gentile, è capace di tirare fuori energie, coraggio e senso responsabilità impensabili. Il confronto con Dante aiuta a comprendere il senso più profondo di questa sfida, perché “La Divina Commedia” sembra essere stata scritta proprio per restituire speranza all’umanità. Pensiamo ai primi versi:

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura

che la diritta via era smarrita

Ora, qui vediamo che il male sembra prevalere, un male che assomiglia a un vivere terribile nella menzogna, nel buio, quasi fosse la morte… Poi però Dante dice:

ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte

Cioè, dopo soli tre versi, nei quali ci si trova come persi nell’inferno, ecco l’annuncio: il male si può guardare, si può affrontare, si può attraversare, ma non c’è inferno da cui non si possa uscire, per “riveder le stelle”. Come? L’ascesa della montagna del “Purgatorio” rappresenta quel cammino di purificazione, di verità, di libertà, che conduce all’essere pronti e disposti a godere in questa vita del bene e della letizia che Dio ci ha promesso. Questa è la speranza. Il tema posto dalla “Divina Commedia” è anche quello della necessità di poter contare su guide autentiche. Molte delle fragilità che si scorgono nell’universo giovanile, come emerge anche da vari fatti di cronaca, derivano dalla debolezza di una generazione di adulti che fatica a esprimere maestri e padri in grado di mostrare la speranza di cui stiamo parlando. Dal contesto scolastico a quello familiare, la crisi della figura paterna è un aspetto fondamentale. Per tanto tempo si è parlato del padre come emblema di ogni autoritarismo, di ogni vessazione, di ogni assenza di libertà. Adesso però ne stiamo pagando le conseguenze: i padri non sanno più essere padri, fanno fatica, si presentano ai figli come l’amico più grande, ma i figli non ci stanno, perché quello che veramente desiderano è un padre.

L’ansia che molti giovani sperimentano si confronta proprio con la mancanza di figure educative forti di riferimento, riconoscendo che la speranza è anche un discorso di misericordia, di perdono. Il contesto nel quale siamo calati esercita una pressione molto forte sui giovani, in termini di traguardi da raggiungere e risultati da ottenere. Non si tratta solo di chiedere cose difficili, spesso il giudizio è già stato emesso ed è una condanna senza appello: “Tu non sei quello che dovresti essere, tu non fai quello che potresti fare. Tu non sei”. Ma come può imparare un ragazzo se l’adulto che ha davanti lo ha già in qualche modo condannato? Eppure, è ciò che accade quando il messaggio che arriva ai figli è più o meno questo: “Quanto ti vorremmo bene se tu…”. E in genere l’attesa è quella di una performance scolastica di altissimo livello, con il rischio di sentirsi sconfitti in partenza se il divario appare impossibile da colmare. Ma un figlio deve sapere di valere a prescindere, deve sentirsi dire: “Tu vali, tu non sei il tuo male, non sei il tuo peccato, non sei le tue debolezze. Tu sei infinitamente di più”. La misericordia, in questo senso, è l’inizio dell’educazione, la speranza di ogni percorso educativo.

Come trarre beneficio, allora, da un anno giubilare sulla speranza? Prima di tutto raccogliendo la sfida che lancia, vivendo cioè in pieno questo tempo ponendoci alcune domande fondamentali. Perché se non mento, se sono serio, comincio a chiedermi: ma io di che speranze vivo? Con che speranza mi alzo al mattino? Il problema non è tanto come trasferirla ai giovani, ai figli o agli alunni: la speranza poggia su un’esperienza presente, e se la speranza c’è, loro la vedono, la seguono, se ne nutrono. Il problema siamo noi adulti. Di che speranza viviamo? Perché mettiamo al mondo i figli? Perché la fatica del vivere? Dove sta la ragione di una letizia sempre possibile, anche nelle difficoltà? Il grande beneficio del Giubileo risiede proprio nel voler rilanciare questa sfida. C’è una poesia di Leopardi che si apre con una domanda: di che speranze il core vai sostentando? Insomma, partiamo da qui: qual è la nostra speranza oggi, qui, adesso, al lavoro, in famiglia, di fronte alla malattia o alla difficoltà? Poniamoci delle domande. Troviamoci con degli amici per trovare le risposte. Mettiamoci al lavoro sul tema della speranza. Questo cambierebbe il mondo.

(testo raccolto da Massimo Calvi)

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