Perché, ogni giorno, ci svegliamo e ci alziamo in piedi? A quale altezza rivolgiamo lo sguardo?
Salgo sulla metropolitana e mi impongo un esercizio di stupore, li faccio quando mi sento triste. Infilo il cellulare nella tasca interna del cappotto perché non sia raggiungibile dalla mano che, per una briciola di dopamina, lo cercherà senza il mio consenso. Mi impongo di fissare ogni cosa. Così torno alla mia altezza, perché i nostri occhi, a differenza di quelli dei quadrupedi indirizzati al suolo o poco più su, consentono di arrivare al cielo. Dopo millenni di evoluzione però il nostro sguardo è tornato giù, al telefono, tanto che da anni esiste una nuova patologia: la cervicale da smartphone.
Dall’homo erectus (in piedi) a quello curvatus. Ne scorgo tanti esemplari in metropolitana. Un ragazzino di 12-13 anni seduto ride mandando messaggi con le mani appoggiate su una nota edizione di spartiti per pianoforte. Intravedo la prima lettera del compositore: C… Chopin? Scorgo la seconda: z… Chi sarà? Entrano due ragazze che saranno poco più grandi di lui. Parlano e ridono guardando il cellulare di una delle due, l’altra tira fuori una spazzola per lisciarsi i capelli, e poi la passa all’amica che fa altrettanto. Accanto a me una ragazza legge un testo sullo schermo, niente la distrae, chissà che cosa dicono quelle righe. In ognuno è in corso un desiderio, una ricerca di bellezza… Continuo il mio esercizio che sta già facendo effetto. Quale?
Mi soffermo su chi non ha il cellulare in mano. Una coppia di anziani: parlano tra loro e quando tacciono, tacciono e basta, senza schermi. Un’altra signora ha la mano impegnata ad accarezzare la testa del suo bambino che, accoccolato sul petto, ha gli occhi spalancati su di lei. Poi c’è un uomo che guarda in basso, con i vestiti impolverati da un cantiere. Piegato dalla fatica del giorno di lavoro ogni tanto dice una parola ad alta voce: a chi? Una ragazza proprio di fronte a lui non ha invece smesso di scorrere immagini sullo schermo. Dei turisti ridono tra loro, liberi dalle incombenze del quotidiano hanno tempo solo per le cose belle di questa città. Una donna, l’unica in tutto il vagone, legge un libro.
Quando riemergo sulla strada una luce nuova brilla su alberi che scopro essere di ciliegio giapponese grazie alle prime fioriture: allora è vero, è primavera! La stagione, da cui cominciava l’anno dei Romani e di molte culture mediterranee, non s’arrende neanche in questa città, dove il tempo della natura, quello ciclico, è marginale, con la conseguenza che ci sentiamo solo lineari, fatti per la morte e non per la (ri-)nascita. Ma il tempo ciclico è solo nascosto dalle tonnellate di cemento e asfalto che coprono una terra sui cui maturerebbe ancora il grano. Anche qui le persone che camminano guardano quasi tutte uno schermo, i loro occhi ignorano la stagione così “già vista” che non stupisce più. Per stupirci abbiamo bisogno di stupefacenti: effetti speciali o dipendenze. Eppure gli alberi, rinsecchiti sino a poco fa, ce lo ricordano che la bellezza è frutto di un lungo lavoro silenzioso di spoliazione, ma noi vogliamo tutto e subito: abbiamo fretta e la natura è lenta.
Non è vero che non ci sono più le mezze stagioni, siamo noi a non esserci più, perché le sfumature e le gradazioni sono solo per chi guarda bene. Infatti “a ben vedere” su questa strada tutto è pieno di cose che, come i ciliegi, ci ricordano di tornare in vita: due ragazzi che bevono una birra sui primi tavolini all’aperto, la custodia di uno strumento sulle spalle di una ragazza, il mendicante seduto per terra con una scatola di tonno in attesa di uno sguardo e una moneta, un bambino che con il suo monopattino avanza nel qui e ora senza difese. Aveva ragione mia nipote quando alla proposta di vedere il cugino in videochiamata si ribellava: “Ma io lo voglio vivo!”.
Il neuroscienziato Stefano Mancuso mi ha spiegato che si può misurare lo stress di una persona dalla resistenza della pelle: più è rigida più si è in stato di allerta. Infatti a chi entra in un bosco la pelle si ammorbidisce solo dopo cinque secondi. Io mi devo far bastare qualche albero incastrato in un’aiuola… Tornato a casa cerco: “Cz compositore”. Carl Czerny è un musicista viennese del primo ‘800 noto per la sua memoria prodigiosa che gli consentiva di eseguire tutte le sonate di Beethoven, di cui fu allievo. La sua vocazione alla didattica lo portò a comporre centinaia di esercizi tutt’ora indispensabili per educare le dita di generazioni di pianisti, come quelle del ragazzino della metropolitana.
Mentre scrivo ascolto un suo Notturno: un tipo di composizione che dimostra che basta una notte ben guardata per fare un capolavoro. Perché noi che puntiamo su Marte abbiamo perso così tanta Terra? Aspettiamo i like più delle magnolie in fiore, suoniamo i clacson più del piano, tocchiamo lo schermo più di un volto, distinguiamo le emoticon ma non un platano da una betulla. Se l’homo curvatus ha meno occhi non è colpa di un telefono, ma di un cuore che quel telefono ha trovato vuoto. Ma la vita non demorde e ci chiama dal e al suo quotidiano miracolo: uno spartito, un bambino, una spazzola, un libro, un silenzio, una risata, una città, una fioritura, un monopattino, un tavolino… e chissà quanti altri stupori per rimetterci “in piedi” quando siamo prostrati, perché solo chi è toccato dalla vita poi la ama e la cura. Infatti Leopardi diciottenne, negli stessi anni in cui Czerny componeva per il piano, scriveva a Pietro Giordani di voler fare il poeta perché aveva “visto” una primavera: “Quando io vedo la natura in questi luoghi che veramente sono ameni (unica cosa buona che abbia la mia patria) e in questi tempi specialmente, mi sento così trasportare fuor di me stesso, che mi parrebbe di far peccato mortale a non curarmene, lasciar passare questo ardore di gioventù e aspettare per darmi alla poesia” (30 aprile 1817).
Solo la vita fa tornare in vita, e lui lo cantò così: “Primavera dintorno/ brilla nell’aria, e per li campi esulta,/ Sì ch’a mirarla intenerisce il core”. Senza “mirare” perdiamo la tenerezza (di pelle e di cuore): niente più ci tocca, ci fa abbassare le difese e sentire amati, ma per un cuore e una pelle induriti vivere diventa solo una “dura” lotta. La morte è forse la fine della vita, ma di sicuro il suo fine è la gioia. Per questo un giorno ci alzammo in piedi. Per questo ogni giorno ci alziamo in piedi: per essere all’altezza (se all’altezza non rinunciamo per un telefono) della gioia che ci (a)spetta.
Fonte: Alessandro D’Avenia | Corriere.it