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“Se si continua ad adorare il sofisma che solo il ricorso alla forza può costringere gli uomini alla ragione, tutto è perduto”

“Militari franco-britannici a Kiev”, titolano i giornali. Macron tuona: “Momento della storia decisivo”. Questa trovata militarista – mentre gli Usa stanno lavorando per la pace – è un “missile” contro le trattative, un colpo all’unità dell’Occidente e pure alla UE.

L’invio di soldati francesi e britannici in Ucraina peraltro ricorda l’intervento di questi due Paesi nella Guerra di Crimea (1853-1856) contro la Russia. Solo che oggi la Russia è una grande potenza atomica e la loro è quindi una mossa doppiamente pericolosa.

L’area geopolitica è sempre la stessa. La Crimea faceva parte dell’Impero russo, come peraltro i territori dell’attuale Ucraina, tranne la Galizia che era nell’impero asburgico.

Fra i soldati dello Zar che combatterono in Crimea c’era anche il giovane Lev Tolstoj che da quel macello vissuto trasse i “Racconti di Sebastopoli”, un’opera che divenne il suo primo best seller.

“La guerra di Crimea ha fatto cinquecentomila vittime e danni incalcolabili”, scrive Elisabetta Sala nel libro “Lev Tolstoj. Il fuoco interiore” (Ares) che spiega quanto quell’esperienza traumatica abbia fatto maturare nel grande scrittore un totale disgusto per la guerra e il suo radicale rifiuto.

Il tema bellico sarà anche al centro del suo capolavoro, “Guerra e pace”, un romanzo epico sull’invasione napoleonica della Russia del 1812. La Grande Armata francese arrivò fino a Mosca, ma i russi fecero terra bruciata attorno all’invasore e alla fine l’inverno dette il colpo di grazia all’esercito napoleonico. Per i francesi fu una disfatta totale. Partiti con 600 mila uominidovettero ritirarsi con perdite enormi: restarono 50 mila poveri soldati ai limiti della sopravvivenza.

Tolstoj racconta questa storia: “Tragedia, morte, ritorno alla vita” scrive Sala. La Russia intera è “simboleggiata dalla città di Mosca che, saccheggiata dalle truppe napoleoniche, vive una sorta di passione e morte e, distrutta dal fuoco, rinasce dalle proprie ceneri”.

Il dramma si ripeterà nel Novecento con l’invasione dell’Urss da parte della Germania nazista (con lo stesso esito disastroso per i tedeschi). Il popolo russo ebbe più di venti milioni di vittime. La sua epopea fu raccontata da Vasilij Grossman nel romanzo “Vita e destino”.

Torniamo a Tolstoj. Egli scrisse nel 1904 una breve, ma vibrante invettiva contro la guerra: “Ricredetevi”. Colse un aspetto impressionante. Rappresentò una società di “uomini illuminati” che normalmente rifiutano l’avventura bellica, ma poi “a un tratto, scoppia la guerra. E tutto questo è dimenticato istantaneamente e anche gli uomini che, ieri ancora, provavano la crudeltà, l’inutilità e la follia delle guerre, oggi non volgono i loro pensieri, le loro parole e i loro scritti che ai mezzi di uccidere gli uomini, di rovinare, di annientare la più grande quantità di lavoro umano.

Ma – si chiede Tolstoj – “come gli uomini sedicenti illuminati possono essi propagare la guerra, concorrervi, parteciparvi e quel che è più terribile, senza esporsi ai pericoli della guerra, spingervi, mandarvi dei disgraziati fratelli ingannati?”

Tolstoj ha avuto un’influenza profonda, nel Novecento, su uomini come il filantropo Albert Schweitzer (Premio Nobel per la pace) e il Mahatma Gandhi. La pace non è utopico idealismo.

Lo dimostrano i migliori politici del secolo scorso. Pure un autorevole padre costituente come Piero Calamandrei scriveva: Se si continua a adorare il sofisma che solo il ricorso alla forza può costringere gli uomini alla ragione, tutto è perduto”.

Fonte: AntonioSocci.com

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